Critica – Flaminio Gualdoni

Mi piace questa tua idea di una mostra di Patriarca sul tema del bacio.
A ben vedere il soggetto è iconograficamente alto, ma la nostra frenesia d’immagine lo ha trasformato in un accadimento ordinario, come un accidente nel flusso del banale: non è stata l’arte a farlo pop, ma la nostra cultura (cultura?) tutta.


E poi un tempo – penso a certa accademia – il bacio era narrativamente e retoricamente aulico, segnava un momento topico del rappresentare: dietro a quello di Hayez (con quella “Giulietta vestita di latta” come diceva Carrà) c’è un mondo di allusioni e valori simbolici, per dire.
Ora chiunque bacia chiunque, dovunque, in ogni situazione.
È come la “musique d’ameublement” di Satie, che non aveva neppure bisogno di essere ascoltata.
Queste sono visioni contingenti, brandelli consueti dello stream visivo, giusto con quel residuo d’aroma erotico in più.
Patriarca tratta l’iconografia del bacio per quello che è.
Un attimo, una sensazione visiva che va già trascolorando nel momento in cui ne prendi coscienza.
Con un prima e un dopo che possono essere diversissimi. Importa l’accelerazione del tempo, davvero la pura sensazione.
E poi, in queste immagini parla una certa pittura dei decenni ultimi, non seriosa non pensosa, che non cerca la durata, che non ambisce a coagulare un grumo di senso, ma che s’immette anch’essa, lucidamente lieve, nello scorrere ininterrotto del nostro vedere.

Flaminio Gualdoni