“ Patriarca, un viaggio nella vita ”

Ogni cosa che noi vediamo ci suscita curiosità o indifferenza, ammirazione o repulsa. L’artista è colui che si apparta a miniare ciò che ha visto concedendo largo spazio all’immaginazione creativa, che sempre nasce da qualcosa che è stato visto e vissuto.

È questa una premessa necessaria per introdurci alla pittura di Amato Patriarca che è un personaggio particolare nel panorama dell’arte italiana. Patriarca è un artista che non vive nel mondo isolato della poesia, è abituato a esercitare il suo mestiere per committenza, costumista teatrale, progettista di moda, designer di interni, di tessuti, di gioielli, come si dice un creatore nel campo delle arti applicate.

Patriarca è abituato al contatto col cliente; una volta gli artisti come lui erano ritrattisti ricercati o esecutori di decori e oggetti preziosi, come quelli che incontriamo nei musei.
Nulla di strano dunque che Patriarca trasferisca nella pittura quel senso di mobilità dell’immagine che è propria dell’ef- fimero di una rappresentazione teatrale, del gusto, della moda.

Vittoria Palazzo ha scritto che “il fluttuare d’ atmosfera in trasparenze insolite” propria delle immagini di Patriarca, le fa pensare a un “respiro d’acqua”.
È giusto, le immagini di Patriarca (una passeggiata, un ambiente esotico, una visione cittadina) non si coagulano in un magma pittorico definito, sono viste come riflesse in uno specchio d’acqua, come facevano i pittori impressionisti quando dipingevano i riflessi delle barche e delle vele nel tremolio dei fiumi e degli stagni (si pensi alle “grenouillères” di Monet e di Renoir).

Anche i soggetti (descrizione di folle metropolitane, cartelli pubblicitari che aprono gli spazi di un paesaggio, porti, mercati) ci portano alla pop art. Ma non si dimentichi che alla stessa origine della pop art c’è quel senso del transeu- nte, dell’effimero che fu ben colto all’inizio dell’arte contemporanea dai primi futuristi e che faceva vedere al nostro Boccioni il riflesso di una casa sulla persona che gli stava di fronte mentre il tram o il treno correva divorando le immagini. Così Patriarca si definisce come un artista moderno.

Aldilà delle inquietudini postromantiche che hanno caratterizzato la pittura informale, Patriarca raccoglie il messaggio dell’effimero che percorre l’arte dal dinamismo futurista al gioco delle immagini metropolitane della pop art.
Il mondo di Patriarca è quello, com’è stato nei grandi scrittori da Majakovskij a Döblin, a Dos Passos, di assumere il “moderno” come contenuto e non soltanto come tecnica.

Egli non fotografa, crea l’immagine, non si affida alla performance, non costruisce installazioni e neppure si appaga del video. Salendo al 111° piano dell’Empire State Building di New York, si contempIa tutto Manhattan con le sue luci, le sue torri, i suoi spazi in lontananza.
Quale pittore potrà rendere l’immagine di questa torre di Babele del nostro tempo?

Vista così, d’impatto, quella sensazione è inesprimibile. Ma essa è necessaria per capire meglio che cosa
pulsa sotto, quella città moderna dove vive la gente descritta dal cinema ma, con i suoi drammi e le sue felicità, la sua fretta e i suoi riposi, sempre nell’incertezza dell’effimero che Patriarca rappresenta con le sue bande colorate.
Allora si avverte come l’artista moderno sia portato ad esprimere i contenuti di queste nuove folle che abitano le città, e che oggi consumano gli ideali senza accorgersene, nel tripudio dell’effimero e delle apparenze.
Patriarca non si accontenta di servire bene la società con la sua arte, dal teatro alla moda, la vuole anche descrivere, se n’è assunto il compito.

 Raffaele De Grada